Offline Riflessioni a modem spento


Informazione, bufale
e ambiguità

gennaio 2006



  Giancarlo Livraghi

gian@gandalf.it
 
Per altre osservazioni vedi
il mercante in rete
e altre rubriche online
e tre libri:
  La coltivazione dell’internet  
L’umanità dell’internet
Il potere della stupidità
 
 

 



Il problema della correttezza e credibilità delle informazioni è vecchio come il mondo. Non c’è epoca della storia su cui non ci siano differenze non solo di opinione, ma anche di descrizione e spiegazione dei fatti. C’erano fra i contemporanei in ogni periodo – e ci sono oggi fra gli storici, a distanza di secoli o di millenni. Anche nelle interpretazioni della “preistoria” ci sono cambiamenti di prospettiva, che in parte dipendono da nuove scoperte archeologiche e nuove tecniche di analisi – e in parte dalle utili e legittime differenze di opinione fra gli studiosi (vedi L’evoluzione dell’evoluzione).

Non è un tema nuovo in queste pagine. Ma il dibattito è particolarmente intenso in questo periodo – per alcuni discussi fenomeni di “disinformazione” e per una rinnovata ondata di polemiche che riguardano, in particolare, l’uso dell’internet.

Tornano alla memoria (e infatti qualcuno li cita) due casi giustamente famosi della prima metà del secolo scorso. Due storie diverse, ma attinenti al problema. E tutte e due riguardanti Orson Welles.

Il primo è del 1938 e l’ho già citato altre volte (per esempio nel capitolo 21 di Il potere della stupidità. «La famosa vicenda dell’invasione dei marziani sceneggiata per radio da Orson Welles in base a un noto romanzo di Herbert George Wells – e da molti interpretata come un pericolo reale. (Una grande guerra stava per scoppiare davvero, ma gli aggressori non venivano da Marte)». Fra le molte spiegazioni del caso una delle più chiare è la voce War of the Worlds in Wikipedia.

Non credo che il giovane Orson Welles (aveva 23 anni) volesse fare un gigantesco scherzo. Mi sembra più probabile che abbia solo usato bene uno strumento potente come la radio, che da non molti anni aveva cominciato a diffondersi (vedi cronologia). Ma il fatto è che la “sceneggiatura” di un romanzo fu interpretata da molti come la cronaca di un fatto reale.

Quel caso rimane un “classico” perché dimostra la potenza dei mezzi di informazione (e di disinformazione) largamente diffusi – che si era già dimostrata in epoche precedenti, ma ebbe un particolare rilevo prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale. E ancora oggi... quante storie immaginarie sono percepite come “realtà” – e viceversa? Quante sono le situazioni in cui si diffonde un panico immotivato, mentre si ignorano pericoli reali?

Non è una coincidenza che in alcune recenti polemiche si sia citato un altro “classico”: il film che Orson Welles realizzò nel 1941.


Citizen Kane
 
Per i gusti di oggi questa locandina appare un po’ ingenua.
Ma Il significato e la “denuncia” del film sono più che mai di attualità.
 


Citizen Kane era riferito a un particolare e controverso “magnate” della stampa, Randolph Hearst. Ma quella storia (in italiano Quarto potere) è diventata il prototipo del giornalismo scandalistico o asservito, del potere che si può esercitare con il controllo e la manipolazione delle informazioni. Sono passati sessantacinque anni, ma il problema rimane. Anzi si è aggravato con lo sviluppo di altri mezzi, come la televisione – e con un uso ancora più prepotente dei poteri di controllo nelle grandi concentrazioni che per imposizione diretta, o per indiretto e insinuante condizionamento, influiscono in modo preoccupante sulla credibilità e sulla coerenza delle opinioni e informazioni più diffuse.

Ci sono due modi per assoggettare un gran numero di persone. Uno è privarle di informazione, mantenerle nell’ignoranza, restringere il “sapere” a pochi privilegiati, somministrare agli altri credenze e superstizioni che li tengano asserviti. È stato usato per migliaia di anni e trova ancora oggi larga applicazione. L’altro è inondare il sistema di informazioni manipolate, controllate, centralizzate, omogeneizzate. Un terzo, naturalmente, è fare tutte e due le cose. E non mancano certo gli esempi, anche in regimi di democrazia e di libertà.

Non tutte le falsificazioni e deformazioni sono intenzionali. Le “bufale” che imperversano nei giornali, in televisione, eccetera, sono spesso il frutto di banali errori, interpretazioni superficiali – o involontaria obbedienza a qualche diffuso pregiudizio. Ma il fatto è che ce ne sono troppe. La mescolanza di sbagli distratti e di volontarie manipolazioni produce un intruglio velenoso che incide in modo grave sull’attendibilità di ciò che ci si vuole far credere e ci lascia con la bocca amara quando scopriamo quanto diversi siano i fatti da ciò che credevamo di aver capito.

Tutto questo non è nuovo. E non è nuovo neppure il fatto che critiche e polemiche si scatenino contro quello, fra i mezzi di informazione e comunicazione, che (almeno finora) è il meno controllato e controllabile dai centri di potere.

Lasciamo da parte, per questa volta, i molteplici tentativi di “demonizzare” la rete – e di controllarla, spiarla, “addomesticarla”. Ci sono e continuano, con ogni sorta di pretesti. Ma intanto sorgono altre polemiche, sull’incontrollabilità delle informazioni che circolano in rete. Si parla, si disserta, ci si accanisce sulle “bufale” (o “leggende urbane”) che circolano nell’internet. È ovvio che ci siano. Ma è profondamente sbagliato (e pericoloso) pensare, o voler far credere, che circolino solo online. Sono altrettanto presenti non solo nelle chiacchiere e nei pettegolezzi, ma anche in ciò che si dice o si scrive in ambiti considerati “autorevoli”. Non mancano le “bufale” insegnate dall’alto di cattedre universitarie o stampate in libri che si propongono come testi di riferimento.

Per esempio si è dedicata molta (in realtà eccessiva) attenzione al caso di una notizia inventata apparsa in wikipedia e velocemente corretta quando la “vittima” ne ha segnalato la falsità. Si trattava di uno scherzo, anche se un po’ di cattivo gusto. Il fatto in sé è di scarso rilievo, ma è un esempio di ciò che “può succedere”. Se una risorsa è aperta, e tutti possono contribuire, è ovvio che non tutti i suoi contenuti sono precisamente controllati o controllabili. Ma, per esempio nel caso di Wikipedia, è interessante constatare quanto quell’enciclopedia sia utile e affidabile: la varietà delle fonti e dei contributi aumenta la sua utilità molto più di quanto incide sulla sua attendibilità.

È necessario ricordare che ogni affermazione, per quanto “autorevole” possa essere l’autore o la fonte, è discutibile. Un’enciclopedia stampata (a parte il fatto che non può mai essere del tutto aggiornata) tende a essere percepita come “verità certa”, anche quando una parte dei suoi contenuti può essere imprecisa – o riflettere le opinioni di questo o quell’autore (molto più difficilmente contestabili o correggibili di quanto accade con testi liberamente disponibili a tutti e continuamente verificabili). Un’enciclopedia “aperta” tende naturalmente a essere più ricca di spunti e di prospettive, ma ovviamente deve essere letta con occhio critico tenendo conto del fatto che autori diversi possono avere diverse opinioni o interpretazioni su ogni argomento. L’importante è che il lettore sappia che cosa sta leggendo e come servirsi delle risorse che usa.

Altre polemiche, dello stesso genere, riguardano un diverso modo di comunicare in rete. Si tratta dei cosiddetti blog. Il termine è molto di moda – e spesso usato un modo confuso o improprio. Sembra che molti non sappiano distinguere fra un blog e un sito, un forum, un newsgropup, una mailing list o altre forme di comunicazione online. (Una delle conseguenze è che si pongono come “nuovi” temi e problemi che erano già stati discussi e approfonditi più di vent’anni fa).

Un blog (per chi non lo sapesse) è un diario personale – che invece di essere tenuto in un cassetto viene messo a disposizione di tutti, invitando chi legge a contribuire o commentare. Alcuni sono molto frequentati e raccolgono interventi di persone diverse. Altri rimangono soliloqui (con un desolante vuoto negli spazi offerti per interventi e osservazioni). Che siano un modo come tanti per essere online, che ognuno gestisce come gli pare, è ovviamente una libera scelta di chi li fa e di chi li frequenta. Che siano un elemento centrale, o l’asse portante, dell’internet è una sciocchezza. Ed è altrettanto sciocco scandalizzarsi perché sono soggettivi. Anche se messo in pubblico, un diario è per sua natura privato: contiene ciò che a una persona viene in mente di dire e che a (pochi o tanti) frequentatori viene in mente di aggiungere. (Vedi Blogologia e Blog e umorismo).

Si potrebbero fare molti altri esempi. Ma il punto fondamentale è uno. Se è vero che non si può mai considerare “assolutamente vero”, né “sicuramente obiettivo”, ciò che si legge in rete, non è vero che tali aprioristiche certezze siano assicurate da fonti più controllate o presunte “autorevoli”.

Saper leggere, capire e imparare vuol dire non affidarsi mai ciecamente ad alcuna “autorità”, verificare sempre tutto con occhio critico. Cosa che può, su argomenti complessi, richiedere un forte impegno di verifica e approfondimento. Ma in molti casi non è così impegnativo. Basta avere l’abitudine di non lasciarsi mai assoggettare o annebbiare. Di considerare ogni opinione come discutibile, ogni affermazione come soggetta a un “ragionevole dubbio”.

Con un po’ di esercizio, questo modo di percepire e ragionare può diventare gradevole, interessante, talvolta divertente. E un sistema molteplice e aperto come la rete può essere uno strumento particolarmente adatto per “uscire dal seminato” e non lasciarsi dominare dalle moderne reincarnazioni di Citizen Kane.

 




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