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Marketing nei new media e nelle tecnologie elettroniche


di Giancarlo Livraghi

gian@gandalf.it


Numero 12 - 22 dicembre
1997
1. Editoriale: Eppur si muove
2. Né bit né atomi
3. L'inutile teoria del tira e spingi
4. Un'idea nuova e antica: Mianet
5. Alcune notizie interessanti
6. Quando la tecnologia diventa fastidiosa
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1. Editoriale: Eppur si muove
Credo che in tutto ciò che concerne la rete sia venuto il momento di una "rivoluzione copernicana". Le voci di buon senso, esperienza e approfondimento non sono ancora riuscite a prevalere sul rumore dominante delle dabbenaggini; ma cominciano a farsi strada.

Perdonatemi una piccola digressione filosofica, ma nonostante le numerose conferme non esiste una "prova assoluta" del fatto che la terra gira intorno al sole; anzi si è determinato che una corretta definizione dei movimenti cosmici non corrisponde esattamente a quella affermazione. La superiorità della teoria copernicana su quella tolemaica non sta tanto nel fatto che sia "vera", quanto nella sua maggiore utilità: definisce in modo più semplice i movimenti dei "corpi celesti", ne rende più facile e significativa l'interpretazione.

La teoria tolemaica è solo apparentemente semplice. Si basa su una nostra unilaterale percezione: vediamo il sole sorgere e calare, vediamo le stelle spostarsi in quella che sembra una "volta celeste", perciò il nostro sistema percettivo ci rende "facile" pensare che tutto giri intorno alla terra. Così come chi non osserva con attenzione la curva dell'orizzonte trova "comodo" pensare che la terra sia piatta e che ci sia una nozione assoluta di "alto" e "basso". Ma quando vogliamo capire davvero la natura dei fenomeni, per poterli interpretare e ricavarne deduzioni utili, queste visioni di prospettiva limitata non funzionano più; dobbiamo trovare teorie più efficienti.

Una persona di cento anni fa, se vedesse il mondo di oggi, farebbe non poca fatica a capire una cultura umana in cui sono normali e abituali cose allora inimmaginabili: la radio, la televisione, l'aeroplano, e anche il fatto che quasi tutti sono in grado di leggere un libro o un giornale (anche se non tutti lo fanno abitualmente). Da meno di un secolo la struttura della comunicazione umana (quindi la struttura stessa della società) è cambiata radicalmente. Si tratta di un tempo brevissimo: un batter d'occhio nella storia dell'umanità. Nonostante l'enorme quantità di studi sull'argomento, la verità è che non abbiamo avuto il tempo di capire. La crisi profonda in cui si trovano oggi tutti i mezzi di comunicazione tradizionali (in particolare la stampa e la televisione) non deriva dalla spinta esterna delle nuove tecnologie e della rete, ma da una crisi evolutiva. Esaurita la spinta iniziale, che ha portato alla larghissima diffusione attuale della radio e della televisione (e, nonostante le perenni lamentele, a una diffusione della stampa molto maggiore che in passato) ormai è acuta la percezione che occorre cambiare strada, e non è affatto sorprendente che nessuno sappia esattamente come.

Con le tecnologie digitali molto può cambiare sia nei mezzi audiovisivi sia nella carta stampata. Ma non può essere la tecnologia a trovare le soluzioni. A vincere saranno le idee editoriali, i valori di contenuto, la fantasia e il coraggio di chi saprà trovare nuovi percorsi. Nulla lascia pensare che radio, televisione e stampa (compresi i libri) debbano morire, o andare in declino. Dovranno, semplicemente, evolversi e trasformarsi.

Assai diverso è il caso della rete, che non è un'evoluzione dell'esistente ma un mezzo completamente nuovo. Inevitabile, quanto sbagliata, la tentazione di ricondurla nei binari di qualcosa che già conosciamo. Le linee di separazione fra i vari mezzi, vecchi e nuovi, potranno non essere rigide (del resto non lo sono mai state) e ci potranno essere, come ci sono, aree di sovrapposizione; ma non tali da confondere le diverse identità.

La tendenza tolemaica (ancora dominante, anche se comincia a perdere terreno) sta nell'inguaribile tendenza a osservare la rete come se fosse un "mezzo di massa"; e addirittura nel tentativo di "forzarla" a seguire le logiche dei mezzi cui siamo abituati. Possiamo "in assoluto" affermare che l'uso di logiche broadcasting non è possibile in rete? No. Quasi tutto è "possibile". Se qualcuno vuole forzare la rete a comportarsi come ciò che non è, può anche darsi che in parte ci riesca; così come un tolemaico può arrivare a spiegare le stagioni, le maree, i movimenti dell'atmosfera... anche prevedere un'eclissi: ma in modo enormemente più complesso e faticoso, e molto meno efficace, di un copernicano. Ed è facile che sbagli i conti... anche se non è del tutto chiaro perché Cristoforo Colombo fosse partito verso le Indie in base a un calcolo sbagliato del diametro del pianeta, col rischio di morire di fame e di sete in mezzo all'oceano se non ci fosse stato un continente di cui ignorava l'esistenza. Così come molti oggi, che credono di sapere dove stanno andando, si trovano poi in mezzo al nulla, o in un posto completamente diverso da quello che si aspettavano.

C'è anche una tendenza, bizzarra quanto diffusa, a rovesciare le priorità. L'eccessiva enfasi sulle tecnologie porta a un'assurda sequenza soluzione-problema. Sarebbe come se qualcuno dicesse "devo prendere il treno, ma non so dove vado" invece di dire "devo essere a Roccacannuccia alla tal ora, quindi deciderò con quale mezzo andarci". È ovvio (ma quotidianamente tradito dalla prassi) che l'unica procedura ragionevole non è partire dalle tecnologie, cioè dalle soluzioni, ma esattamente il contrario: partire dai nostri problemi, risorse, intenzioni e strategie - e poi cercare le soluzioni più adatte. Non dire "devo metter su un sito web e poi forse capirò a cosa serve" ma "devo capire quali mie esigenze o intenzioni possono essere soddisfatte dalla rete e poi stabilire quali strumenti userò; uno dei quali potrebbe anche essere un sito web". Ma le regole del sistema sono dettate dallo strapotere delle grandi software house tolemaiche, convinte che tutto l'universo giri intorno al loro prodotti; soprattutto dedicate a cercare di farlo credere a noi, per far crescere i loro già pingui profitti. La stessa "logica rovesciata" che si segue nell'informatica tende a trasferirsi, ancora più assurdamente, nella comunicazione in rete; che non è (non mi stancherò mai di ripeterlo) una tecnologia digitale o un protocollo, ma un sistema (strutturalmente analogico e biologico) di comunicazioni umane.

Prima di abbandonare la metafora, vorrei ricordare che Copernico e Galileo non dicevano qualcosa di completamente nuovo. C'erano nel mondo antico visioni del cosmo basate su concetti "copernicani"; ma erano state dimenticate in una cultura appiattita e dogmatica.

Ci sono, nelle origini della rete, concetti e percezioni che possono aiutarci a capire il fenomeno secondo la sua vera natura. Ma la rapida diffusione della World Wide Web, l'enfasi improvvisa sui valori "commerciali", il passaggio repentino dalla quasi clandestinità all'essere uno degli argomenti "di moda", hanno fatto perdere di vista ciò che si sapeva. Inoltre (come già accennato in queste pagine e come avremo occasione di approfondire ulteriormente) i fenomeni umani che regolano la rete non sono intrinsecamente nuovi. Il nostro patrimonio genetico e culturale non è mutato nella sostanza. Ma un nuovo sistema di comunicazione può farci ritrovare valori antichi, per esprimerli in modo nuovo: come il senso della comunità, l'istinto del nomadismo, il desiderio di conoscenza e di scambio, il fascino e la ricchezza delle diversità.

L'asse della rivoluzione cognitiva di cui abbiamo bisogno è sostanzialmente semplice (come la teoria copernicana): risalire alla radice dei valori umani che governano il nostro essere ed agire, e cercare di capire come possono esprimersi ed evolversi in un nuovo contesto comunicativo.

Ma per farlo dobbiamo liberarci delle incrostazioni tolemaiche che provengono dalla nostra abitudine a pensare secondo le logiche della "catena di montaggio" e dei "mezzi di massa". L'industria non è finita, rimane una parte essenziale dell'economia e del nostro modo di vivere. Ma è finita l'era industriale, la cultura dell'omogeneità e dell'appiattimento. In teoria, lo si dice da decenni. In pratica, non è facile trarne le conseguenze. Qui sta uno dei nodi fondamentali della rivoluzione copernicana che deve governare il nostro modo di pensare. Non solo sulla rete, ma in generale sul mondo in cui viviamo.

Realizzare questa trasformazione profonda su scala planetaria, nei grandi sistemi di cultura e governo, è un processo difficile, faticoso, complesso; e può essere in parte traumatico. Ma sul piano individuale (di singola persona, o di singola impresa) è possibile ora, subito, e in modo diretto; grazie a una situazione nuova di cui le tecnologie elettroniche sono solo un elemento.

Questa è la sfida (e l'occasione) che oggi sta davanti a ognuno di noi: comprese persone che non hanno mai messo le mani su un computer - e organizzazioni che finora l'hanno usato solo per qualche banale funzione amministrativa. Ciò che schemi e teorizzazioni non riescono a esprimere in modo chiaro e concreto può spesso essere risolto con un guizzo di intuizione, fantasia e sensibilità. Molta strada, nel mare delle reti come in quello di acqua salata, è stata fatta, e può essere fatta domani, da navigatori che non badano alle teorie del cosmo ma sanno annusare gli umori del vento.

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2. Né bit né atomi
Uno dei luoghi comuni più diffusi, quando si parla di comunicazione elettronica, dice che "è più facile spostare bit che atomi". C'è molto di vero in questa frase; ma, come nota anche il suo autore, Nicholas Negroponte, è ripetuta un po' troppo spesso e non sempre a proposito. Come molte battute "ad effetto" può prestarsi a molte interpretazioni, non tutte sensate.

I motivi per cui la cosa non è così semplice come può sembrare sono parecchi. Per esempio:

  • Anche prima che si sviluppasse la posta elettronica, era ovvio che è più funzionale trasferire informazioni che muovere persone. Che questo principio non trovi adeguata applicazione è dimostrato dal fatto che si fanno ancora interminabili code agli sportelli e che abbiamo ancora ingorghi di traffico in gran parte dovuti a spostamenti "fisici" che si potrebbero evitare.
  • Alcune attività umane, anche economiche, si possono svolgere interamente trasferendo dati. Molte altre, no. Quindi per trovare la soluzione corretta occorre quasi sempre agire su tutte le componenti del sistema, usando l'informazione per rendere più efficiente il complesso delle attività, comprese quelle che devono necessariamente spostare persone o oggetti. In molti aspetti della nostra vita questo già avviene; ma siamo ancora molto lontani dai risultati di semplicità, efficienza, funzionalità e "qualità della vita" che si potrebbero raggiungere.
  • Se i "bit" non occupano spazio "fisico", tuttavia occupano spazio: nelle memorie dei computer e nei canali di trasmissione. Per non parlare del tempo umano necessario per leggere, capire, ordinare, interpretare. La quantità di "rumore", cioè di segnali trasmessi che non portano reali contenuti, spesso è troppo alta. La qualità del segnale (non solo in senso tecnico, ma soprattutto in senso umano o culturale) spesso è scadente. Da un cattivo uso delle tecnologie di comunicazione non deriva solo un "carico di banda" ingiustificato, ma nascono anche (cosa più grave) sprechi di tempo e malintesi. Se non si cura abbastanza la qualità dei contenuti e delle relazioni umane, nessuna tecnologia può rimediare.
  • Spesso, purtroppo, l'applicazione delle tecnologie avviene "alla rovescia": cioè invece di semplificare complica; invece di risolvere i problemi ne crea qualcuno in più. Ritornerò su questo tema nell'ultima parte di questo numero.

    Infine... una considerazione che mi sembra fondamentale. L'elemento più importante in ogni comunità umana, e specialmente nella "società connessa", non è fatto né di bit, né di atomi. È un bene "immateriale" di smisurato valore e importanza: il pensiero. Non solo dati e informazioni, ma anche idee, opinioni, sentimenti, emozioni. Questa è la risorsa fondamentale. Che si trasmetta attraverso bit digitali, frequenze modulate, onde, elettroni, fotoni, vibrazioni, atomi di carta e di inchiostro o segnali di fumo, è secondario. Ciò che conta è sempre e solo una cosa: la comunicazione fra persone.

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3. L'inutile teoria del "tira e spingi"
Quando si parla di marketing in rete, c'è spesso un dibattito teorico sulle cosiddette tecniche pull e push. Ci si chiede se si debba "tirare" (cioè fare in modo che qualcuno venga a vedere un nostro "sito") oppure "spingere" (cioè mandare informazioni alle mailbox di chi vogliamo raggiungere - preferibilmente a qualcuno che ce lo ha chiesto, o almeno è consenziente, se no si cade nella trappola perniciosa dello spamming). Il discorso è inconcludente; e queste elucubrazioni semplicistiche mi sembrano tanto noiose quanto inutili.

Sono il frutto di due errori. Il primo è pensare secondo le vecchie logiche del broadcasting o della distribuzione. Il secondo è credere che si debba procedere per schemi, cercando formule elementari "buone per tutti", invece di approfondire ciascuna situazione nella sua specificità e trovare le sinergie e i nodi di efficacia che sono tanto più rilevanti quanto meno sono generici e "uguali agli altri".

Poiché ogni generalizzazione, specialmente in un fenomeno come questo, va presa con le molle, non considero di "valore generale e automatico" neppure quella che segue. Ma se dovessi proprio cercare un criterio generale che sia fertile, e probabilmente di ampia applicazione, partirei da un'ipotesi completamente diversa. Invece di spingere o tirare, cioè comunque cercare di "forzare" la relazione, la strada migliore è innescare circuiti: generare un sistema di scambi in cui tutti (noi quanto i nostri interlocutori) siamo partecipi, che possa assumere vita propria e crescere per dinamismo interno. Mi sembra chiaro che in un sistema così concepito il problema del push o pull si risolve da solo: è la comunità, e sono i suoi membri, a stabilire caso per caso che cosa (e a chi) debba essere "mandato" e che cosa debba essere soltanto "messo a disposizione".

Se non abbiamo nulla di sufficientemente interessante da offrire o da proporre, o non sappiamo cogliere e sviluppare i valori che ci vengono dagli altri, e perciò un tale circuito non si genera, dobbiamo mettere seriamente in discussione le premesse e chiederci se abbiamo un motivo credibile e rilevante per essere in rete.

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4. Un'idea nuova e antica: "Mianet"
Un'altra discussione ripetitiva e poco illuminante, che tende a provocarmi stati di intensa sonnolenza, è quella su Internet, Intranet ed Extranet.

Non che le definizioni siano sbagliate. Esiste davvero una differenza concettuale fra i tre modi di concepire una rete (cui non corrispondono necessariamente soluzioni tecniche altrettanto distinte). Ma per spiegarla occorrono circa due minuti, e da lì in avanti la discussione diventa priva di interesse, se non forse per chi ha qualche tecnologia da vendere che (secondo lui) è più adatta all'uno o all'altro tipo di uso della rete. Questo è un dettaglio relativamente secondario che è meglio approfondire leggendo la documentazione, o verificando e confrontando le offerte di vari fornitori, dopo che si saranno definite con chiarezza le proprie esigenze (che nella maggior parte dei casi tenderanno a sovrapporre e incrociare due di queste funzioni, o tutte e tre, secondo uno schema di nodi e di interconnessioni che non può essere disegnato correttamente se non "su misura" in base alla struttura aziendale e al tessuto delle relazioni interne ed esterne).

Un po' per celia, ma secondo me con un grosso fondo di verità, credo che se dovessimo lanciare una moda terminologica potremmo coniare un nuovo termine: Mynet, la mia rete. Unica, originale, inimitabile e inconfondibile. Concepita secondo le mie esigenze e le mie necessità, nutrita e continuamente modificata secondo la sua naturale evoluzione, condivisa con tutti quelli che sono i miei rilevanti e significativi interlocutori, plasmata ed evoluta non solo secondo le mie intenzioni, ma anche secondo le loro esigenze e iniziative. Più o meno aperta o chiusa secondo le esigenze della comunità umana di cui è lo strumento. Basata sul minimo indispensabile di risorse tecnologiche (specialmente all'inizio) e con la massima possibile flessibilità, così che possa crescere secondo la sua natura e man mano plasmare le tecnologie secondo le sue esigenze (mai viceversa).

L'idea è tutt'altro che nuova. Da che mondo è mondo il sistema delle relazioni umane (economiche e non) si basa su circuiti di rapporti e di scambi, tanto più forti ed efficaci quanto più hanno una propria e distinta individualità. Se tutto questo è diventato meno appariscente (ma non è mai scomparso del tutto) nel generale appiattimento della "cultura di massa", ritorna ad occupare un ruolo importante, con spazi e possibilità prima inimmaginabili, grazie agli strumenti che ci offre la comunicazione elettronica. Non coltivare i valori che questo sistema ci offre può privarci di molte occasioni di arricchimento (umano, morale e culturale; o finanziario; o tutti e due). E man mano che la conoscenza si diffonde... potremmo trovarci in seria difficoltà se altri imparassero a sviluppare le loro reti e noi restassimo tagliati fuori.

Difficile? Direi di no, se non per il fatto che richiede chiarezza strategica, attenzione costante e capacità di dialogo. Ma senza queste premesse mi sembra insensato entrare in rete; e se mancano non possono certo essere sostituite dall'acquisto di qualche tecnologia prefabbricata nel grande e confuso supermercato del software.

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5. Alcune notizie interessanti
Ancora qualche numero

Riprenderemo l'anno prossimo qualche approfondimento numerico. Intanto, secondo la più recente analisi di NUA ci sarebbero 90 milioni di utenti Internet:

Numeri in milioni; cifre arrotondate
Mondo 90
Stati Uniti e Canada 54
Europa 20
Asia-Oceania 14
America Latina 1
Africa 1

Benché questi dati (come tutti) siano discutibili e probabilmente esagerati, si conferma per l'ennesima volta che il 60 per cento della rete è ancora concentrato in due paesi del Nord America, dove vive il 5 per cento della popolazione mondiale.

La Cina è in moto, ma col piede sul freno

Dopo gli sviluppi annunciati in India, sembra che cominci a estendersi l'uso della rete anche in Cina. Secondo una notizia che France Presse  (10 dicembre) riporta da una fonte ufficiale cinese (agenzia Xinhua) la "popolazione internet" in Cina sarebbe di 600.000 persone (di cui 100.000 a Pechino). Non è chiaro se si tratta di "persone con un accesso" o di "utenti"; pare che (per ovvi motivi) in Cina sia diffuso l'utilizzo di una mailbox da parte di diverse persone. Lu Xinquan, della task force governativa per la rete, dice che ci sono più di 100 provider internet in Cina.

Il governo cinese, che per molti anni ha contrastato l'internet per il timore che serva a superare i suoi stretti controlli su ogni genere di informazione, ha deciso di allentare la stretta, almeno per quanto riguarda l'uso della rete in cinese. L'obiettivo non è consentire ai cinesi l'accesso all'incontrollabile flusso di informazioni e opinioni internazionali, ma di orientarli verso alternative nella loro lingua. Il sistema è costruito in modo da somigliare più a una gigantesca "intranet" che all'internet, per fornire accesso solo a risorse considerate "politicamente corrette".

Secondo Peter Lovelock, un ricercatore sulle telecomunicazioni dell'università di Hong Kong, i cinesi stanno riuscendo a fare ciò che sembrava impossibile: mantenere un controllo politico e di opinione sui contenuti della rete. L'obiettivo, dice Lovelock, non è più bloccare completamente l'accesso all'internet, ma farlo diventare una scelta remota e difficile per la maggior parte dei cinesi, che non sanno l'inglese e hanno una limitata conoscenza delle tecnologie di accesso. Sta diventando possibile accedere a contenuti diversi, ma questo richiede parecchio impegno e fatica.

Ci sono contenuti in cinese provenienti da altri paesi, come Taiwan, Singapore e l'Australia, ma anche questi non sono, almeno per ora, di facile accesso per chi si collega dalla Cina. Tutti i sistemi cinesi, anche se gestiti da provider indipendenti, sono strettamente controllati dal governo centrale. Come è noto, molti paesi del sud-est asiatico (fra questi Singapore) esercitano una pesante censura su tutti i mezzi di informazione, compresa la rete.

Negli Emirati Arabi finanziamenti per la censura

Altri paesi seguono l'esempio dell'Arabia Saudita. Secondo una notizia riferita da Inter Press Service, l'emirato del Dubai investirà 2,7 milioni di dollari per favorire la censura sull'internet. Il capo della polizia, generale Dhahi Khalfan Tamim, dichiara che "mettere restrizioni impenetrabili sull'internet è impossibile, ma noi non abbiamo perso la speranza, specialmente da quando abbiamo capito come ci sono riusciti a Singapore". Il Dr. Mansour Al-Awar della polizia del Dubai afferma che l'internet "è un pericolo per gli alti valori morali, le pratiche tradizionali e le credenze religiose dei paesi del Golfo". Secondo Tamim, occorre imporre sull'internet "la stessa censura che applichiamo su libri, pubblicazioni e film". Il Dubai si servirà di un'impresa britannica, JBB Consultancy Services, per analizzare l'informazione che viene prelevata in rete. "Il sistema Net Map controlla il comportamento degli utenti e verifica come visitano certi siti web. Per mezzo di un dispositivo collegato alla linea telefonica e a un segnale di allarme, le autorità possono essere avvertite ogni volta che qualcuno accede a informazioni proibite".

Intanto a Singapore...

Secondo The Straits Times (Singapore) si allentano le restrizioni sulla libertà di opinione politica in rete. In seguito a una raccomandazione del NIAC (National Internet Advisory Committee) il ministero per l'Informazione le Arti ha dato nuove direttive alla SBA (Singapore Broadcasting Authority) perché vengano rimosse le disposizioni che "limitano la libertà di parola".

Lim Hock Chuan, presidente della SBA, ha dichiarato che la sua organizzazione "non intende censurare le opinioni politiche". Ma la libertà di opinione è limitata, perché non sono state tolte le disposizioni che obbligano i siti web a registrarsi presso il governo se vogliono esprimere opinioni politiche o religiose. In pratica le autorità di Singapore mantengono uno stretto controllo sulla rete, come su tutti i mezzi di informazione. Il testo delle nuove norme è disponibile online.

Anche in America, pochi imprenditori fanno "commercio elettronico"

Secondo quanto riferisce USA Today, solo l'8 per cento degli imprenditori americani fa "commercio in rete". Alla Entrepreneur of the Year International Conference in California, l'80 per cento dei presenti dichiarava di usare l'internet. Ma dei 395 imprenditori intervistati il 36% ha detto di usare l'e-mail, il 37% di dare informazioni usando un sito web e solo l'8% di fare "commercio elettronico".

In declino l'efficacia dei bannner

Il Sydney Morning Herald del 2 dicembre riferisce che la click through rate sui banner è in diminuzione. In un convegno a Sydney il Dr. Marshall Rose della californiana First Virtual ha rivelato che meno del 2 per cento dei banner collocati in siti molto frequentati viene "cliccato" dagli utenti per andare a esplorare ciò che viene offerto. Secondo Rose questo basso livello di risposta è dovuto al fatto che gli utenti non desiderano essere deviati da ciò che stanno leggendo o dal percorso che hanno scelto.

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6. Quando la tecnologia diventa fastidiosa
Quest'anno, per natale, ho deciso di non fare un solo regalo che abbia a che fare con il computer o che sia di "alta tecnologia". Un po' perché sono stufo di essere immaginato (da chi non ha alcuna confidenza con il computer e con la rete, cioè quasi tutti) come una specie di zombie rincretinito che vive come accessorio di una macchina. Ma anche perché non mi fido più delle tecnologie; e più sono nuove, pittoresche e innovative, meno mi aspetto che funzionino o che servano davvero a qualcosa.

Mi limito a qualche piccolo esempio, fra tanti; e di proposito scelgo cose che non sono abitualmente definite come "computer", anche se (come ormai quasi tutto) contengono qualche funzione di elaborazione elettronica.

Ricordo che quando vivevo negli Stati Uniti avevo un'automobile che non parlava, ma emetteva una serie di segnali e di strilli per avvertire se non era contenta di qualcosa. Uno di questi fastidiosi segnali diceva "non hai allacciato la cintura di sicurezza". Il risultato è che quasi tutti lasciavano le cinture agganciate sul sedile, per evitare il fastidioso segnale; e poi quasi sempre si dimenticavano di aprirle e mettersele addosso.

Poi... venne la moda, per fortuna passeggera, delle automobili parlanti. Ne provai una e trovai orribilmente irritante una stupida vocina che continuava a spiegarmi che cosa dovevo fare o non fare. Un mio amico ne prese una a noleggio, incontrò un tratto di strada scivoloso e andò a sbattere contro un paracarro. Nessun danno grave: ma poco tempo dopo si trovò circondato di gente accorsa in aiuto, mentre una vocina irrefrenabile ripeteva all'infinito "c'è una perdita al radiatore". Oltre a riparare radiatore e carrozzeria, dovette anche chiamare un elettrauto per riattaccare i fili che aveva strappato per far tacere la stupida "macchina parlante".

I telefoni ormai sono pieni di vocine parlanti. Capisco quelle (per i cellulari) che dicono "l'utente potrebbe avere il terminale spento" o altre segnalazioni ragionevolmente utili (sarebbe meglio, però, se si esprimessero in italiano e non in burocratese). Ma adesso ce n'è una che dice "la linea è occupata". Mi chiedo: a che cosa serve? Esiste una sola persona di età superiore a due anni che ha, o usa, un telefono e non sa che tuu-tuu-tuu vuol dire occupato?

Poco tempo fa ho comprato un nuovo telefono cordless con segreteria. Il manuale di istruzioni è di 80 pagine. Non sono molto più stupido dalla maggior parte degli umani e ho installato senza difficoltà molti apparecchi del genere, e anche cose più difficili. Ma quella segreteria mi ha fatto impazzire. Invece di avere un semplice sistema di tasti ha una serie di comandi complessi; a ogni fase dell'operazione si sente una voce. Pur seguendo alla lettera le istruzioni, non riuscivo a registrare il messaggio di risposta. Dopo una decina di tentativi mi sono arreso e ho chiamato il servizio di assistenza. L'incaricato mi ha risposto con tale prontezza che credo gli abbiano telefonato tutte le persone che hanno comprato quell'apparecchio. Si, mi ha detto, lo so, anch'io dapprima non capivo, è un problema di tempificazione. Cioè bisogna premere una serie di tasti con una certa successione di tempi e di intervalli, che nessun essere umano sente come naturali. Se si commette il minimo errore in quell'illogica sequenza, invece di registrare il messaggio la macchina attiva qualche altra bizzarra funzione, di cui quasi nessuno sente il bisogno.

Non è certo un caso isolato. Sembra che un po' dovunque la tecnologia corra a tutta velocità verso l'accumulazione dell'inutile e l'ingestibilità del necessario. Possibile che nessuno degli ingegneri che progetta questi aggeggi abbia mai la prudenza di far provare la macchina, e leggere il manuale, a un certo numero di "comuni mortali" prima di mettere sul mercato l'ultimo parto della sua maniacale fantasia?

E se veniamo ai computer e ai sistemi di trasmissione telematica... i pasticci sono quotidiani. Ormai so che se installo un nuovo software (cosa che cerco di fare il meno spesso possibile) dovrò perdere parecchio tempo non solo a configurarlo come serve a me, ma anche a disattivare una serie di funzioni che il programmatore ha inserito come default, cioè impone all'ignaro utente, e che complicano inutilmente le cose. E in rete... ormai le tecnologie sono diventate così complesse che trasmettere (o ricevere) qualsiasi cosa che non sia "puro testo" è quasi sempre un'avventura, per le molteplici incompatibilità fra i vari sistemi.

Fra i molti esempi di cattivo uso della tecnologia ce n'è uno che riguarda congressi e convegni. Sappiamo che ce ne sono troppi, spesso ripetitivi, raramente illuminanti. Ma talvolta c'è qualcosa di interessante. Era diffusa la buona abitudine di consegnare ai partecipanti il testo scritto delle relazioni - o almeno metterle online. In alcuni casi recenti (non solo in Italia) questo non avviene più. Se dopo il convegno si vanno a cercare le relazioni online, si trovano in "audio", talvolta anche in "video", ma non per iscritto. Il motivo è chiaro: pigrizia. Si evita il noioso compito della traduzione in testo leggibile di ciò che era stato detto a voce. Come sa chiunque abbia dovuto sistemare un proprio intervento registrato, la struttura di un testo scritto è completamente diversa da quella di un discorso "orale"; si è costretti a riscrivere, e così rendere molto più chiaro e ordinato il proprio pensiero. Inoltre, un documento scritto può essere stampato, riletto, meditato, citato; tutte cose molto meno facili se si ha solo una registrazione "audio" (inutile, quanto ingombrante, il "video"). In questo modo, come in mille altri, un falso concetto di "modernità" o "tecnologia" diventa una maschera per coprire una cattiva gestione dei contenuti.

Chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui potrebbe chiedere: Ma cosa c'entra con il marketing e la comunicazione in rete? Secondo me c'entra, eccome. Per due motivi.

Il primo è che è meglio usare, per quanto possibile, tecnologie semplici, per evitare che qualcuno dei nostri interlocutori si trovi in difficoltà. Succedono cose imprevedibili... per esempio mi è capitato più di una volta di spedire un file "zippato", cioè compresso con un semplice programma che pensavo fosse presente su tutti i computer possibili e immaginabili... e di trovare che il destinatario non riusciva ad aprirlo. Mi ha sorpreso il numero di persone, in giro per il mondo, che sono da anni in rete e chiedono "compresso? come? con che?"... oppure si stupiscono perché qualcosa che hanno scritto con un programma per loro abituale, ma non condiviso dagli altri, assume un aspetto bizzarro dopo qualche passaggio in rete.

Il secondo è che non è facile organizzare un sito in modo che le logiche di lettura e di esplorazione siano chiare, facilmente comprensibili e adatte a chi legge. Una struttura "ipertestuale", che può sistemare i materiali in vari strati sovrapposti e interconnessi, è utilissima se bene organizzata; ma basta qualche passaggio di non immediata comprensione per mettere in difficoltà il lettore - e fargli passare la voglia di continuare. Articolare bene l'architettura di un sito non è un'operazione facile; ha bisogno di logiche chiare e facilmente comprensibili. È molto facile fare cose complesse, affastellate, affollate - o piene di inutili ghiribizzi decorativi. Molto meno facile offrire percorsi nitidi e interessanti. Come ogni buon programmatore ha una comunità di "betatester" cui sottopone il suo lavoro per verifica e critica, credo che anche un'operazione apparentemente semplice come "mettere una pagina" in rete debba essere sottoposta alla verifica diretta di lettori esterni che non si facciano scrupolo di criticarla con la massima severità. Ovvio e banale? Si e no. A me sembra un'ovvia necessità, anche se verificare bene e strutturare efficacemente è tutt'altro che banale. Ma pare che quasi nessuno ne senta il bisogno (i risultati, purtroppo, si vedono).

Anche questa è un'operazione che consuma tempo e pazienza: una delle tante da "mettere in conto" prima di avventurarsi nel mare, non sempre tranquillo, della comunicazione interattiva.




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