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Tre sorelle della stupidità
(l’ignoranza, la paura e l’abitudine)
 

Parte quarta di “Il potere della stupidità”

(Vedi l’indice delle parti precedenti)


di Giancarlo Livraghi
gian@gandalf.it
 
novembre 2003
 


L’argomento è così vasto che sulla stupidità si potrebbe scrivere all’infinito. Non ho alcuna pretesa o speranza di poterlo trattare in modo “esauriente”.
Ma da alcuni commenti e domande di persone che hanno letto le parti precedenti, e da qualche osservazione della realtà che ci circonda, mi è nata la curiosità di provare a vedere quali fattori del comportamento umano, intrinsecamente diversi dalla stupidità, possono contribuire ad aggravare i problemi che ci affliggono.
Questi sono solo brevi appunti che (come nelle parti precedenti) spero possano dare qualche piccolo stimolo a una migliore comprensione delle forze in gioco – e quindi aiutare a limitarne un po’ gli effetti e le conseguenze.




Un elenco delle “sorelle” o degli “alleati” della stupidità potrebbe essere lungo. L’osservazione quotidiana dei comportamenti, nostri e altrui, ci insegna che ogni sorta di atteggiamenti e circostanze possono contribuire a renderci stupidi. Ma mi sembra che fra tante ipotesi possibili tre siano particolarmente interessanti. L’ignoranza, la paura e l’abitudine.

Ovviamente queste tre forze si combinano fra loro (e con la stupidità) in un’infinità di modi. La conseguenza dei loro “effetti combinati” non è necessariamente “esponenziale” – e probabilmente non è riducibile ad alcuna costante matematica. Ma somiglia più a una moltiplicazione che a un’addizione.

Forse alcuni lettori saranno un po’ delusi perché qui non compaiono i grafici “cartesiani” per la valutazione della stupidità. Non ci possono essere perché non sono applicabili a concetti diversi che sarebbe arduo cercare di “quantificare” in modo significativo. E anche perché le interazioni di fattori eterogenei sono così complesse che è praticamente impossibile tentare di collocarle in uno schema gestibile e significativo.

Sembra che ci sia un’attrazione reciproca fra queste forze distruttive. La paura può nascere dall’ignoranza – e viceversa. L’abitudine è spesso il nutrimento (o il pretesto) dell’ignoranza e della stupidità. Non è raro il caso che tutte e quattro agiscano insieme. Ed è evidente che tutte possono essere (intenzionalmente o non) sfruttate a proprio vantaggio da chi ha le leve per farlo – ma di questo si è già parlato a proposito di La stupidità del potere.

Naturalmente non tutti gli ignoranti sono stupidi e non tutti gli stupidi sono ignoranti. La paura può essere, secondo il caso, intelligente o stupida. E le abitudini possono essere “sane”, o innocue, o pericolose. Mi sembra perciò opportuno, per ognuno di questi tre fattori, cominciare con un breve chiarimento che spieghi in modo non troppo impreciso di che cosa stiamo parlando.


L’ignoranza

Come è evidente in ogni studio attento di questi problemi, l’ignoranza e la stupidità sono due cose completamente diverse. Sono altrettanto diverse l’intelligenza e la conoscenza. Ci possono essere persone molto stupide con un ricco bagaglio di nozioni. Come ci possono essere persone poco informate, o con una scarsa educazione scolastica, dotate di grande intelligenza.

C’è anche una sostanziale differenza fra la lunghezza del percorso scolastico e il “sapere”. Una persona può avere frequentato scuole per molti anni e aver imparato poco o nulla, se non sterili “nozionismi”. Mentre ci sono “autodidatti” che hanno una cultura ricca e fertile.

Perciò non intendo dire che ci sia una correlazione, univoca e diretta, fra ignoranza e stupidità. Ma quando i due fattori si combinano il risultato è molto preoccupante.

Una delle più gravi manifestazioni dell’ignoranza è “credere di sapere”. Così come è molto stupido chi non si accorge mai della propria stupidità, è incurabilmente ignorante chi non si accorge mai di “non sapere”. Socrate diceva: «più so, più so di non sapere». E questo è uno dei più importanti motivi per pensare che fosse molto intelligente – e molto più sapiente di chi si illude di esserlo.

Una persona nata e cresciuta in fondo a una spelonca potrebbe essere sconvolta dalla vista del sole. Siamo tutti, in un modo o nell’altro, in quella condizione.

Qui verrebbe a proposito il ragionamento di Francis Bacon sugli “idoli” che condizionano la conoscenza – come gli studi di tanti altri filosofi su questo argomento. Ma una digressione in materia di “gnoseologia” (che è il fondamento di ogni studio del “sapere”) sarebbe troppo impegnativa per poter essere riassunta nel breve spazio di queste annotazioni.

Ci sono anche interessanti testi di science fiction su questo tema. Mi sembra inevitabile, per esempio, ricordare Nightfall, uno dei più bei racconti di Isaac Asimov, in cui gli abitanti di un pianeta con due soli, dove la notte scende solo una volta ogni diecimila anni, precipitano in una disastrosa crisi di terrore quando vedono il cielo stellato (e così entra in gioco, come vedremo più avanti, il problema dell’abitudine). E sono rilevanti, a questo proposito, le acute osservazioni di Neal Stephenson sul problema delle metafore, che talvolta ci aiutano a capire, ma possono portarci nell’artificialità di “mondo metaforico” ingannevole e distorto. Di cui parla, per esempio, nel suo breve saggio In the beginning was the command line (di cui ho pubblicato una recensione nel maggio 2000) – e più ampiamente nel suo interessante romanzo Snow Crash (1990).

Continuiamo a dirci che siamo nell’era dell’informazione, ma la verità è che siamo poco e male informati. Per tre motivi. Perché gran parte dell’informazione è intenzionalmente manipolata. Perché un po’ troppo spesso chi diffonde le informazioni è ignorante (o non ha controllato con sufficiente attenzione le notizie o le opinioni che sta diffondendo). E perché un nostro “filtro mentale”, un’istintiva pigrizia, ci induce a percepire e capire solo ciò che rientra nei nostri schemi e preconcetti.

C’è una pericolosa reciprocità dell’ignoranza. Se ognuno si esprime in funzione dell’ignoranza altrui, il livello del dialogo diventa sempre più basso. La quantità (e qualità) delle informazioni scambiate è “tendente a zero” – o “di segno negativo” perché si diffondono o si confermano nozioni e percezioni false o deformate. Mentre si continuano ad alimentare pregiudizi, errori di prospettiva e “luoghi comuni” spesso privi di qualsiasi fondamento.

Per evitare la fatica di pensare spesso ci accoccoliamo in qualche banalità che trova un facile consenso (e qui entra in gioco, come elemento moltiplicante, la forza dell’abitudine – o la paura di dover affrontare una differenza di opinioni che non ci sentiamo preparati a gestire).

Alcune osservazioni su questo argomento si trovano in un breve articolo dell’ottobre 2002  Il circolo vizioso della stupidità.

Qui la lista delle alleanze si potrebbe allungare. L’arroganza, l’egocentrismo, la supponenza, l’incapacità di ascoltare, la meschinità, il servilismo, la pigrizia mentale (di cui riparleremo più avanti) ... sorelle, fratelli e cugini dell’ignoranza (e della stupidità) sono una famiglia estesa, ingombrante e onnipresente.

Un altro fenomeno pericoloso è il “principio di autorità”. Per il fatto che qualcuno si trova nella posizione di “fonte autorevole” (o “autorizzata”) siamo indotti ad accettare come verità indiscutibile tutto ciò che afferma. Può, essere vero che, su un certo argomento, chi ha più competenze specifiche ne sa più di noi. Ma accade spesso che alla presunta autorevolezza non corrisponda un’adeguata competenza – o che le opinioni dei cosiddetti “esperti” siano viziate non solo dalle (inevitabili e legittime) prospettive di questa o quella posizione culturale o scientifica, ma anche da condizionamenti e interessi sulla cui trasparenza è opportuno avere qualche perplessità.

Naturalmente non è possibile verificare sempre tutto – ed è spesso necessario affidarci alle competenze di qualcun altro. Ma è opportuno tenere gli occhi aperti – non perdere occasioni per poter capire meglio e “pensare con la nostra testa”.

Uno degli strumenti per non essere troppo condizionati dall’ignoranza è una insaziabile curiosità – una “voglia di sapere e di capire” anche cose che a prima vista possono sembrarci non necessarie. La curiosità (insieme alla capacità di ascoltare) è una vivace e simpatica sorella dell’intelligenza.


La paura

Le persone più coraggiose del mondo ci insegnano che è giusto e utile avere paura. Chi crede che nulla sia mai temibile non è coraggioso – è stupido. La paura, intesa come coscienza dei pericoli e dei rischi, è una forma di intelligenza. Non è quel genere di “sana paura” l’insidiosa alleata e complice della stupidità.

Ma ci sono forme, piuttosto diffuse, di paura che nulla hanno a che fare con un’accorta attenzione ai rischi o pericoli reali. Paura di essere, paura di capire, paura di sapere (che è una forma perniciosa di ignoranza). Paura di pensare – o di avere un’opinione che non sia quella imposta dalle convenzioni e dalle abitudini. Paura di fantasmi o fantasie, di problemi immaginari. Paura di esprimere i propri sentimenti (da non confondere con la timidezza, che spesso è una caratteristica di persone sensibili e intelligenti).

Sono casi rari, patologici, esagerati? Guardiamoci intorno e guardiamoci dentro. Scopriremo che la paura insensata, ingiustificata, immotivata è molto più diffusa di quanto possa sembrare. E che nessuno ne è completamente indenne. Accade abbastanza spesso che per fuggire da qualcosa che non ha alcun motivo di farci paura si cada in qualche vera trappola di cui non ci eravamo accorti.

Esistere e vivere vuol dire governare la paura. Saper tenere i nervi calmi e la mente lucida quando c’è un pericolo reale. E toglierci di dosso le paure immaginarie. Nel suo bel libro Totò il buono, per spiegare ai bambini come non aver paura del buio, Cesare Zavattini diceva: «nel buio c’è quello che c’è alla luce, solamente un po’ più grande». È giusto muoversi con più cautela al buio, ma non ha senso averne paura. E quante volte il buio è solo un’area oscura della nostra mente, qualcosa che non abbiamo ben capito e che perciò ci fa paura?

C’è anche la paura di decidere, di scegliere, di pensare con la propria testa, di avere o accettare responsabilità. È una forma, intenzionale o inconsapevole, di viltà. Si accetta o si subisce il potere altrui, ci si adegua alle opinioni dominanti o più diffuse, così se qualcosa non funziona possiamo addossarne la “colpa” a qualcun altro. In questa, come in altre situazioni, è evidente la parentela con l’abitudine e con la stupidità.

L’intelligenza sta anche nel trovare un equilibrio, non sempre facile, fra due rischi contrapposti. Da un lato la paura di “non essere capaci” e la rinuncia a fare ciò che possiamo. Dall’altro l’illusione di poter fare ciò che è al di sopra delle nostre capacità – o che, nelle circostanze in cui ci troviamo, non è possibile. È nocivo a sé e agli altri, cioè stupido, chi si arrende troppo facilmente – o chi, al contrario, ha la pretesa di “saper fare” quando non ne è in grado (come chi crede di non sbagliare mai) .

Così come è stupido chi crede di non esserlo mai, ed è ignorante chi crede di sapere tutto, non è coraggioso, né consapevole, chi immagina di non avere mai paura. Anche la persona più serena e ragionevole porta dentro di sé qualche ingiustificato timore. Anche la persona più sicura di sé ha qualche area di insicurezza – tanto più pericolosa quanto meno si è disposti ad ammetterla. Ed è interessate notare come persone piene di paure possano rivelare, in condizioni di reale pericolo o quando devono soccorrere qualcun altro, un imprevisto e straordinario coraggio.

Eliminare del tutto la paura è impossibile. Ma è possibile conoscerla, governarla, ridurne i danni. Capire le nostre paure (e quelle degli altri) è uno dei modi per essere meno stupidi. L’importante è non aver paura della paura. Spesso è meno difficile di quanto possa sembrare.

La paura, l’ignoranza e la stupidità si nutrono a vicenda. Ridurre una delle tre vuol dire controllare meglio anche le altre due.


L’abitudine

Anche in questo caso mi sembra necessaria una breve premessa. Non tutte le abitudini sono stupide. Molte possono essere utili, funzionali, comode e rassicuranti. “Cambiare per il gusto di cambiare” può essere divertente, ma non sempre le cose migliorano con il cambiamento. Ma la “forza dell’abitudine” può essere accecante, specialmente quando si associa alla stupidità (o all’ignoranza o alla paura).

L’abitudine è (o sembra) rassicurante. Fare e pensare ciò che è abituale ci dà un senso di falsa sicurezza. L’abitudine è sorella e complice di un’altra fonte di stupidità: l’imitazione. “Fare come gli altri” è spesso un modo per non pensare, non sapere, non decidere, non assumere la responsabilità del proprio comportamento.

Sono evidenti le parentele fra l’abitudine e la paura. Si ha paura di uscire dal solco dell’abituale. Si ha paura di ciò che è “abitualmente” considerato pericoloso o inopportuno – anche quando un minimo di verifica ci dimostrerebbe che non lo è.

Uno dei modi per mantenere le persone nell’obbedienza è suscitare la paura dell’ignoto o far sembrare spaventoso ciò che non conviene al potere. La minaccia dei cattivi educatori «guarda che chiamo il babau» è una forma perversa di esercizio dell’autorità – di cui spesso sono vittima anche gli adulti.

Può essere difficile renderci conto di quanto siamo abituati a questo genere di falsificazioni – talvolta intenzionalmente costruite e coltivate da chi vuole toglierci libertà di pensiero e di comportamento, ma anche passivamente nutrite da una congerie di “luoghi comuni” e di abitudini collettive.

C’è’ anche un fenomeno inverso, per cui l’abitudine induce a non aver paura, né adeguata diffidenza, verso cose, persone o situazioni che non sono affatto rassicuranti per il solo fatto di essere “abituali”. Disgrazie, malintesi, incomprensioni, anche situazioni drammatiche o tragiche sono spesso il risultato delle “false sicurezze” indotte dall’abitudine. Anche questo è un modo per scatenare il distruttivo potere della stupidità.

Sono chiare anche le relazioni fra l’abitudine e l’ignoranza. Spesso le “cattive abitudini” derivano da una mancante o inadeguata informazione o comprensione della realtà (o delle vere origini di ciò che è diventato abituale). E altrettanto spesso l’abitudine ci porta a non guardare al di là delle apparenze, a non approfondire oltre la superficie, a non cercare di sapere di più o di capire meglio.

L’abitudine, ovviamente, è nemica dell’innovazione. Ma il problema non è così semplice come può sembrare. Fra le “cattive abitudini” c’è anche quella di accettare il “nuovo” senza chiederci se sia nuovo davvero – o se questa o quella particolare novità ci sia davvero utile. (Vedi, a questo proposito, Le ambiguità dell’innovazione). L’abitudine di inseguire indiscriminatamente le novità e le mode è parente stretta dell’ignoranza e della stupidità – e anche della paura di essere, sembrare o sentirsi diversi.

C’è un’ambiguità anche nel concetto di “buone maniere”. La cortesia è una qualità importante (e una forma non irrilevante di intelligenza). Quando è sincera e sentita può aiutarci anche a capire gli altri, ad ascoltare, a imparare – e così diminuire l’ignoranza, la paura e la stupidità. Perfino il “cerimoniale” non è sempre inutile o privo di senso. Ed è importante saper rispettare gli “usi e costumi” di altri, anche quando non li comprendiamo o condividiamo, per non creare inutili e pericolose incomprensioni.

Ma quando i comportamenti convenzionali diventano una prigione, ci tolgono la capacità di esprimerci o di capire, dobbiamo avere il coraggio di “violare le regole”. Ed è bene, comunque, sapere quali “regole” stiamo seguendo perché ci crediamo – e quali, invece, sono solo abitudini convenzionali.

Non è sempre necessario o ragionevole “rompere le abitudini” o “trasgredire le regole”. Ma se accettiamo troppo facilmente regole e abitudini senza conoscerne il motivo e il significato rischiamo di chiuderci un una condizione di “obbedienza cieca” che ci rende ignoranti, stupidi e inutili a noi stessi e agli altri.

L’immaginazione, la fantasia, la curiosità e il gusto della diversità sono nutrimenti dell’intelligenza. L’abitudine tende ad allontanarci da queste preziose risorse. Spesso l’abitudine ci rende ciechi, perché ci impedisce di cogliere segnali interessanti che sono intorno a noi ma non riusciamo a vedere.

Rompere o modificare le abitudini non è facile. Le nostre strutture mentali (oltre ai fattori culturali e sociali) ci inducono a ritornare alle abitudini anche quando ne siamo, momentaneamente, usciti. Uno dei modi per rompere il “circolo vizioso” delle abitudini è sostituirle con abitudini diverse – per esempio “abituarci” a essere più curiosi, più aperti, più disponibili alle scoperte che spesso ci passano davanti, ma ci sfuggono perché siamo incapaci di vedere ciò che non rientra negli schemi abituali.

Fra le risorse di intelligenza, naturalmente, ci sono l’umorismo e l’ironia. Ma, anche in quel caso, è importante saper distinguere fra il “barzellettismo” convenzionale (che spesso è il frutto dell’abitudine e la ripetizione di poco illuminanti cliché) e l’autentico umorismo che ci apre nuovi orizzonti – specialmente quando è accompagnato da una buona dose di autocritica e autoironia. Uno dei tanti modi di essere stupidi è prendersi troppo sul serio.

Mi sono chiesto, mentre lavoravo su questi appunti, se fra le sorelle della stupidità ci sia anche la pigrizia. Quando si tratta di pigrizia mentale (un malanno molto diffuso) è indubbiamente connessa con l’abitudine, l’ignoranza e la stupidità. Ma ci sono comportamenti che possono sembrare “pigri” mentre sono forme di intelligente saggezza. Sottrarsi all’imperversante imperio della fretta, trovare il tempo per pensare (o per divertirsi, riposare e liberarsi la mente) è più intelligente, o comunque meno stupido, che lasciarsi continuamente travolgere da una quotidiana e frettolosa ripetitività.

Non sempre “l’ozio è il padre dei vizi”, come dice un antico proverbio. Può essere il padre della meditazione, dell’approfondimento, della libertà di vivere, sentire e pensare. Talvolta “lasciar vagare la mente” è un modo per capire meglio cose che ci sembravano difficili o confuse – e distrarsi per un po’ di tempo è un modo per trovare la chiave di problemi che ci sembravano insolubili.

Molte cose intelligenti, sviluppi di conoscenza, innovazioni, scoperte scientifiche, eccetera, sono nate da quelli che l’opinione dominante considerava “pensieri oziosi” –. o pericolose violazioni del “sapere” convenzionale, scomode rotture di quelle abitudini che così bene si adattano alla stupidità del potere.

A che cosa serve la conquista, nelle società moderne, del “tempo libero” che per millenni era stato il privilegio di pochi, se si trascorre gran parte di quel tempo rinchiusi nella prigione di passive ripetitività, nella schiavitù delle abitudini?

Dovremmo proporci, ogni giorno, di rompere qualche abitudine. Anche solo trovare una strada diversa per andare in un luogo abituale (nei percorsi stradali come in quelli della mente) può riservarci interessanti sorprese. La ginnastica mentale non sta nel ripetere all’infinito gli stessi esercizi, ma nel cercare continuamente qualcosa di nuovo – o un modo nuovo di pensare alle stesse cose. Come molte cose intelligenti, non è solo utile. Può essere anche molto divertente.
 

* * *
 

Come dicevo all’inizio, l’elenco delle sorelle, degli alleati e delle cause della stupidità potrebbe allungarsi quasi all’infinito. Ma credo che non sia inutile pensare a come si combinano, in tanti modi, la stupidità, l’ignoranza, la paura e l’abitudine.

Come la stupidità – anche le sue “sorelle” si moltiplicano e si complicano quando sono “collettive”.

L’ignoranza si diffonde più facilmente della conoscenza. Le convinzioni più sciocche e irragionevoli trovano conferma solo perché sono diffuse e condivise.

La paura diventa catastrofica quando “di massa” – e anche in ambiti più ristretti si può trasmettere da una persona a un’altra senza alcun reale motivo.

Le abitudini sociali, o di gruppo, diventano spesso passive obbedienze, schiavitù mentali, di cui può essere difficile liberarsi.

L’unione e l’interazione di queste forze possono produrre risultati disastrosi. Ma, d’altro lato, infrangerne una, o anche solo ridurne l’intensità, può aiutarci ad attenuare anche le altre.

Se riusciamo a diventare un po’ meno ignoranti, ad avere un po’ meno paura, a essere un po’ meno prigionieri dell’abitudine, abbiamo una buona possibilità di essere meno stupidi – e così non solo più utili agli altri, ma anche più contenti di noi.






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