Offline Riflessioni a modem spento


Non è una guerra
fra “vecchi”
e “nuovi”

settembre 2000

also available in English



  Giancarlo Livraghi

gian@gandalf.it
 
Per approfondimenti sull’internet marketing
vedi la rubrica online Il mercante in rete
e il libro La coltivazione del’internet
 
 

 



Più ascolto e leggo sulla new economy e meno capisco. Due o tre anni fa sembrava che almeno le premesse fossero chiare. Un fenomeno complesso, turbolento, in gran parte imprevedibile, ma con un’identità abbastanza precisa. Adesso quella definizione è usata in così tanti modi diversi che non si capisce più che cosa sia – o se esista davvero. Mi sembra che possa essere utile fare un passo indietro e cercare di capire come e perché si è arrivati a parlare di “nuova economia”.

Il discorso sarebbe meno confuso se non si parlasse di old economy – come se ci fosse una guerra frontale fra due eserciti contrapposti, fra due umanità diverse. Una che si immagina più “illuminata” e moderna, innovatrice e tecnologica; l’altra che si considera più saggia e concreta, sostenuta da buon senso, con i piedi per terra in una realtà che rimane fatta di persone e non governata dai computer.

Del cambiamento in cui stiamo vivendo si parlava vent’anni fa. Si diceva (ed è vero) che stava arrivando la “terza ondata” nell’economia e nella società umana. La prima, l’agricoltura, ci aveva reso stanziali. Aveva fatto nascere i sistemi e le regole di comportamento che ancora oggi ci governano. La seconda, l’industria, aveva portato alla moltiplicazione dei beni e dei prodotti, a una disponibilità diffusa di cose che prima non c’erano o erano riservate a pochi; ma anche a un’aspra e crudele separazione fra chi può disporre dell’abbondanza e chi no – e a una deprimente standardizzazione non solo delle cose ma anche del pensiero.

Naturalmente il “nuovo” non elimina il “vecchio”. L’industria non ha abolito l’agricoltura; nell’era dell’informazione non sparisce l’industria. Se oggi la conoscenza è la leva più importante, non significa che chiuderemo le fabbriche o smetteremo di coltivare la terra.

Nel 1980 Jean-Jacques Servan-Schreiber ne parlava così:

Nell’età post-industriale la “finitezza“ di sempre, che ci opprimeva e ci imponeva la sua legge, si infrange. A portata degli uomini si trova finalmente la risorsa infinita, l’unica: l’informazione, la conoscenza, l’intelligenza.

Sembra un sogno poetico, ma non lo è. Nell’era dell’informazione questo è davvero possibile. Se il “sogno” non si è realizzato è perché nella nuova “epoca” non siamo ancora entrati davvero; e perché non abbiamo ancora capito come servircene per migliorare la “qualità della vita”.

Ma intanto qualcosa è cambiato. C’è stata un’evoluzione imprevista: l’economia della rete. Vent’anni fa nessuno immaginava che ci sarebbe stata una così larga diffusione del “personal computer”. L’internet era già nata ma non si sapeva che sarebbe diventata un sistema diffuso e “alla portata di tutti”.

Circa tre anni fa si cominciò a parlare di “società connessa” come qualcosa di diverso dalla “società dell’informazione”. La “terza ondata” c’è ma non si basa sulla potenza dei grandi computer o su pochi grandi centri di informazione. Si basa sulla rete, che è un ecosistema complesso in cui ciò che conta è la molteplicità di innumerevoli “punti” di informazione e di scambio e delle loro infinite interazioni.

Di nuovo questa possibilità ispira un “sogno”. Diceva Kevin Kelly, proprio tre anni fa, nel settembre 1997:

L’economia connessa mette l’accento sui valori umani. Ciò che è ripetitivo, sequenziale, copia e automazione tende verso il gratuito; mentre cresce il valore di innovatività, originalità, fantasia.

Anche questa è fantasia poetica? No. Anche questa è una possibilità reale. Ma perché diventi una realtà vissuta e diffusa ci vorrà tempo; e soprattutto una cultura del “nuovo” che ne capisca i valori profondi e le antiche radici “pre-industriali“.

Non è una guerra. È un’evoluzione. In ogni fase evolutiva ci sono, inevitabilmente, conflitti e asperità. Ma sono dettagli. Per nostra fortuna non si tratta dei conflitti “in natura” dove gli scoiattoli grigi ammazzano quelli rossi. Si tratta di un’evoluzione di metodi e di idee in cui è possibile arrivare al “nuovo” senza ammazzare il “vecchio” o perdere quei valori che ci conviene coltivare. Ci vuole un senso forte di libertà, di profondo rispetto reciproco, di condivisione dell’esperienza e della conoscenza. Che tutto questo si chiami new economy o in un altro modo non è importante. Ciò che conta è che si tratta soprattutto di valori umani; e se non si coltivano quelli le tecnologie sono inutili, quando non sono un impiccio.



 

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